Gianfranco Ferroni. Malinconica rabbia d’artista. L’intervista

La ricerca estetica di un senso del vivere emerge dall’opera di questo maestro contemporaneo, tra i fondatori del Gruppo del “Realismo esistenziale” - Intervistato da Stile, il pittore livornese ribadisce il suo profondo convincimento: all’arte è assegnata una funzione attiva nell’indagine del significato ultimo delle cose - Dall’aggressiva presa di posizione intellettuale ad una “religiosa” consapevolezza della precarietà umana.

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Gianfranco Ferroni (Livorno, 1927 – Bergamo, 2001) è stato un pittore italiano, appartenente al movimento della Metacosa. Stile arte ripropone un’importante intervista realizzata dalla nostra testata nel 2001. L’intervento permette di comprendere a fondo la poetica dell’artista, i suoi presupposti, il suo sviluppo.

intervista di Anna Maria Di Paolo

Gianfranco Ferroni, nato a Livorno nel 1927, ha trascorso la maggior parte della sua vita a Milano dove negli anni Cinquanta, dopo una formazione da autodidatta, ha aderito al Gruppo del “Realismo esistenziale” con Banchieri, Gasparini, Guerreschi, Romagnoni, Vaglieri e, in un secondo tempo, Ceretti, Bodini e Gianquinto. Al pari degli altri giovani artisti, attratti dalla possibilità di svolgere un ruolo attivo nella realtà sociale, Ferroni assunse una chiara presa di posizione intellettuale, caratterizzata dall’accento posto sulla crisi dei valori, rivendicando la necessità di un cambiamento. Da allora ha sostenuto un’intensa attività espositiva, sia in Italia che all’estero, partecipando a rassegne internazionali quali le Biennali di Venezia del ’58, ’64, ’68, ’82, la Biennale di Tokyo del ’64, il Salon de Jeune Peinture di Parigi del ’66 e le Quadriennali di Roma del ’59, ’72 e del 2000. Una grande mostra antologica allestita alla Galleria Civica d’Arte Moderna di Bologna ha recentemente riproposto l’intero percorso creativo dell’artista. La ricerca di Ferroni, che è stata sempre contraddistinta da un senso di “malinconia, pietà, religiosità cosmica”, dagli anni ’70 è andata progressivamente focalizzandosi attorno all’indistinta e vaga possibilità per l’uomo di sondare l’assolutezza del tempo e dello spazio. Ne è derivata una pittura che, centrata su oggetti semplificati, coglie nelle immagini un’essenza assorta, metafisica, in cui lo studio della luce ha una preminenza fondamentale (come ne “La luce della solitudine”, “Interno”, “Pavimento, sedia, luce”). Qui lo spazio di un interno rimane la vera ferro41rappresentazione del “correlativo oggettivo”, del vuoto, del suo “limbo totale”. La valenza della composizione, la calibrata prospettiva classica nella scansione dello spazio e il linguaggio estetico raffinato, realizzati con apparente finitezza, compresenti, rimandano a un significato “altro”, all’eterno interrogativo del “chi siamo e dove andiamo”.

Quali sono i riferimenti culturali della sua ricerca, dal Realismo esistenziale ad oggi?
Nel Realismo esistenziale – dagli Anni ’50 fino al ’60 – i riferimenti erano gli Espressionisti tedeschi, la Nuova Oggettività, le periferie di Sironi. Ciò che ci interessava da giovani era la denuncia, anche “rabbiosa”, di una società ingiusta, madre di situazioni sperequate. Sentivamo la voglia di fare qualcosa, di agire in maniera incisiva per un cambiamento positivo. Col tempo ci siamo arresi all’evidenza che la pittura e la cultura in genere – che pure registrano i sintomi di certe situazioni – non cambiano proprio niente. Questa situazione ha creato un linguaggio aggressivo, pungente, legato alla tradizione nata con gli Espressionisti e continuata con Picasso. Picasso che – avendo vissuto noi in una dimensione di quasi totale emarginazione rispetto a quanto accadeva in Europa – conoscemmo peraltro solo in un secondo momento, negli anni del Dopoguerra. Poi, nella maturità, la scelta dei punti di riferimento è andata differenziandosi, spaziando dallo studio della luce di Veermer alla costruttività compositiva della Metafisica italiana, da Caravaggio fino a Cézanne e Morandi. Si tratta di retaggi importanti per tutti.
Come ha conciliato la realtà con l’introspezione?
Vede, anche i momenti più “arrabbiati” della mia pittura rivelano una componente autobiografica di malinconia e di pietà verso l’uomo, di religiosità cosmica che nasce dal senso del mistero dell’esistenza. In fondo, cosa sappiamo noi? Ecco perché anche chi, come me, è ateo, si aggrappa al mistero e alla paura della morte, che è di per sé non conoscenza.



In che rapporto sono i suoi soggetti col linguaggio scelto e il “senso” della bellezza?
I contenuti sono sempre degli alibi, un punto di partenza. Certo, io non saprei esprimermi attraverso l’Astrazione; tuttavia, mentre negli Anni ‘60-‘70 i soggetti riflettevano i condizionamenti della cronaca e della storia, in seguito la rappresentazione visiva delle cose è divenuta non più significante, un riferimento da cui partire per comunicare altro. A me interessa arrivare al senso ultimo della fenomenologia delle cose; per intenderci, non è di contrasto amore-odio che si tratta, ma del senso d’incertezza legato ad una realtà cosmica che trascende i nostri sensi e che quindi non conosciamo. Quanto alla bellezza – che è il rapporto d’armonia interiore, e non un fatto estetico -, considero essenziale la relazione d’equilibrio dei vuoti e dei pieni, del movimento e dell’immobilità. La bellezza formale appartiene in parte alla mia stessa formazione culturale, avvenuta in Toscana, dove il senso del Bello è presente in ogni aspetto, anche negli umili gesti della quotidianità: basti osservare – per fare un esempio – all’armonia di certi campi coltivati.
Come considera le ricerche artistiche legate alla tecnologia?
Non sono prevenuto rispetto ad alcun mezzo espressivo, che mi interessi o meno in modo diretto. Ben venga qualsiasi strumento, multimediale e non, oltre alla pittura, se contribuisce al disvelamento della realtà nascosta delle cose. Anche se, personalmente, ritengo che a tutt’oggi le nuove tecnologie non siano ancora riuscite a portare un contributo forte in questa direzione.



Alla solitudine esistenziale si aggiunge quella reale, lontano dai “Gruppi”, oggi inesistenti?
Oggi la commercializzazione ha invaso tutto il mondo, compreso quello dell’arte, che non serve più a nulla se non ad essere mezzo di scambio e di commercio. Nessuno più bada all’utilità del quadro, come avveniva nel ‘400, quando il contadino ne guardava le figure per istruirsi e il principe lo acquistava per aumentare il suo prestigio. L’artista è quindi un essere insignificante, tenuto in piedi da una baracca deprimente. Così si assiste alla vendita di un quadro di Jasper Johns – che ha la mia età – per 27 miliardi! Ha qualche senso? Nessuno, soprattutto rispetto al mercato delle opere antiche. Se il Romanticismo, l’Impressionismo, la fotografia hanno generato il distacco tra l’arte e la società, ora la distanza è incolmabile. Eppure si è presenti nel mercato. Anch’io lo sono, sebbene mi senta come un monaco, un amanuense che coi suoi codici scende a valle per necessità di sopravvivenza. E che trovo? Un mondo trillante di telefoni cellulari, che non mi appartiene per l’incultura spaventosa che rivela. Sì, l’uomo mi sembra ignorante perché comunica il nulla con i suoi telefonini dell’ultima generazione

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