Un team di scienziati per sciogliere il mistero della donna romana sepolta nel piombo. Una “stilista di moda”? Le prove, l’identikit

Una donna che immaginiamo affidabile e abile, sì, nella "moda" e nella preparazioni di abiti, pellicce e scarpe - che potevano anche essere venduti o barattati dai proprietari -  ma anche nella conduzione della casa

Una donna che per tanti anni della sua vita lavorò – lo dimostra l’apparato osseo – ma che si arricchì – per legame amoroso o con i proventi della propria attività – e quando morì ricevette una sepoltura con uno importante corredo, nel quale figuravano decorazioni d’oro ed eleganti suppellettili vitree. Chi era costei?

Sono stati comunicati in questi giorni gli esiti degli approfondimenti relativi a questa sepoltura romana, trovata durante gli scavi di sostituzione delle fognature a Nimega, la città maggiore della provincia olandese di Gelderlande. Situata sul fiume Waal, vicino al confine tedesco, Nijmegen è una delle città più antiche dei Paesi Bassi e la prima ad essere riconosciuta come tale in epoca romana. Nel 2005 ha festeggiato 2.000 anni di esistenza. Solide radici romane, quindi. La donna morì qui a Nimega, a circa 50 anni, di età nel 340 d.C.

La bara riciclata. Alcuni dati sono contraddittori. La donna venne sepolta in una costosa bara di piombo, che, però, era stata riciclata per questa sepoltura. Il fatto che fosse stata riadattata è testimoniato dalla presenza di fregi all’interno del contenitore e non all’esterno. Ciò farebbe pensare che il parallelepipedo sia stato smontato ai lati e rimontato, ribaltandolo. Quelle che erano le facce esterne, divennero le parti interne. Gli archeologi affermano che anche la lunghezza del contenitore – due metri – è eccessiva per una donna di 1 metro e 60 centimetri. Quindi si va verso l’ipotesi di un adattamento. Le bare di piombo erano molto costose, ma forse l’artigiano aveva un’occasione da offrire. A volte anche la storia si misura con comportamenti umanamente prevedibili, ma non lineari rispetto ai manuali.

C’è anche la possibilità che, in quel momento, chi ordinò il funerale volesse affidare la defunta a un ricco contenitore di piombo, ma che i fornitori non ne avessero altri. Ciò che risulta anomalo è il fatto che il coperchio della bara sia scomparso, che la bara sia stata violata – forse per furto di oggetti d’oro -.

La bara era stata saccheggiata nell’antichità, ma frammenti di foglia d’oro e filo d’oro suggerivano che lei fosse sepolta in indumenti costosi ed eleganti  Accanto al corpo, nella bara, era stata deposta una scatola di legno contenente bottiglie di vetro (unguentaria) con residui di profumo, piccole spatole, uno specchio, alcuni aghi, spilloni per acconciare i capelli lunghi. Nel terreno esterno alla bara, gli scavi hanno portato alla luce frammenti di anfore vinarie provenienti dalla Francia meridionale o dalla Palestina, resti di libagioni funerarie di costosi vini importati.


L’osservazione dei resti scheletrici e del cranio induce a pensare, a nostro giudizio, a una donna che poteva aver forse una quarantina d’anni. Probabilmente particolarmente bella, molto proporzionata, molto femminile. Aveva però qualche problema ai denti, dovuti alla carie. Ma pure, i resti, mostrano un’anomala consumazione degli incisivi superiori, non certamente provocata dalla masticazione. Gli incisivi sembrano usurati dall’azione di una corda, di un filo o di un ago. La donna aveva forse tessuto a lungo utilizzando la “pinza” dei denti per tirare i fili, mentre le mani erano impegnate in un’altra parte della lavorazione? Aveva utilizzato la bocca per tirare gli aghi, nel corso di cuciture di pellicce o di cuoio?

Certamente il lavoro della signora romana era usurante a livello dentario. Paiono inequivocabili i segni di quel filo o di quell’ago che estrofletteva e consumava progressivamente gli incisivi superiori – nella foto qui sopra –  riducendo anche la lunghezza di quelli inferiori. Dalla consumazione anomala della dentatura possiamo stabilire che probabilmente l’oggetto di lavorazione era su un tavolo o sul grembo. E che gli incisivi superiori e inferiori agivano come una pinza su un filo o su un ago. Poiché il tessuto o il cuoio stava in basso, gli incisivi superiori venivano estroflessi e consumati all’interno, mentre i due incisivi inferiori venivano compressi e spostati verso l’interno della bocca.

Due grossi aghi sono stati trovati nel suo corredo (nella foto qui sopra, dove vediamo le crune). Spilloni da acconciatura o aghi da cucitura? Forse erano proprio questi gli attrezzi del suo mestiere principale?  La donna poteva essersi dedicata a lungo a un’attività sartoriale e alla produzione di scarpe e pellicce. Gli abiti con fili d’oro giungevano dal suo laboratorio? Probabilmente sì.  Non è facile stabilire se essa operasse autonomamente o se lavorasse –  più probabile – all’interno di una famiglia patrizia, probabilmente occupando, in  essa, un posto importante, conquistato con le proprie abilità sartoriali, ma al tempo stesso con doti umane che le consentivano di essere punto di riferimento per i padroni. Una donna che immaginiamo affidabile e abile, sì, nella “moda” e nella preparazioni di abiti, pellicce e scarpe – che potevano anche essere venduti o barattati dai proprietari –  ma anche nella conduzione della casa.

“Era molto vicina al capofamiglia. – dice l’archeologo  – Non apparteneva all’alta élite romana, ma era molto legata ad essa. Quindi potete immaginare che quando una persona del genere moriva, la padrona aiutava a pagare il funerale. La donna è sepolta con spilloni per capelli, che facevano forse parte del lavoro di un’ornatrix, cioè di parrucchiera”

Hendriks sta attento a non trarre conclusioni di vasta portata. “Naturalmente sono possibili anche altre interpretazioni, come ad esempio un’artigiana che si è arricchita grazie al duro lavoro o la stessa mater familias, (in una situazione di decadenza sociale, ndr) proveniente da ambienti migliori: anche nella Nijmegen romana una bara di piombo di seconda mano era molto speciale.”

A nostro giudizio aghi e consunzione dentaria potrebbero far pensare realmente a una donna impegnata soprattutto in sartoria, con la possibilità che essa facesse anche la parrucchiera. Tutto era moda, in fondo. Ciò le avrebbe consentito di occupare un posto importante nel proprio consesso sociale.

La storia romana della città
in cui visse la “ricca sarta”

La prima menzione di Nimega nella storia risale al I secolo a.C., quando i romani costruirono un accampamento militare nel luogo in cui sarebbe dovuta sorgere Nimega; la posizione aveva un grande valore strategico a causa delle colline circostanti, che offrono un’ottima vista sul fiume Waal e sulla valle del Reno .

Nel 69, quando i Batavi, gli abitanti originari del delta del Reno e della Mosa si ribellarono, vicino all’accampamento romano si era formato un villaggio chiamato Oppidum Batavorum. Questo villaggio fu distrutto durante la rivolta, ma una volta finita i romani costruirono un altro accampamento più grande dove era di stanza la Legio X Gemina . Poco dopo, attorno a questo accampamento si formò un altro villaggio.

Nel 98, Nijmegen fu il primo dei due insediamenti in quello che oggi è il Regno dei Paesi Bassi a ricevere i diritti di città romana .

Nel 103, la X Gemina fu ristabilita a Vindobona, l’attuale Vienna, il che potrebbe essere stato un duro colpo per l’economia del villaggio intorno al campo, con la perdita di circa 5000 abitanti. Nel 104 l’imperatore Traiano ribattezzò la città, che divenne nota come Ulpia Noviomagus Batavorum , in breve Noviomagus, da cui l’origine ultima del nome attuale.

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Maurizio Bernardelli Curuz
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