Gli archeologi continuano a trovare antichi vasi romani trapanati. Perché quei buchi. A cosa servivano i contenitori. Le risposte

Osserviamo i cocci, trovati durante gli scavi in corso. Non si tratta di oggetti frantumati dopo la libagione o il pranzo funerario - che spesso si trovano nei pressi delle tombe - ma di ceramiche, non correlate a siti rituali, che presentano forellini. In alcuni casi i fori sono stati realizzati quando il vaso era già stato cotto, come dimostrano i lati della cavità stessa, che presentano microlesioni, sulla superficie, causate dalla trapanazione avvenuta a secco con l'asportazione della patina originale


Gli archeologi impegnati sul campo, nell’ambito degli scavi archeologici preventivi che precederanno consistenti opere stradali, nell’ambito della proposta A428 Black Cat to Caxton Gibbet et miglioraments, si stanno chiedendo perché trovano diverse ceramiche romane trapanate. Non sono fori dovuti a danneggiamenti – e se lo sono, i distacchi spesso ampliano soltanto il foro iniziale – ma veri buchi, passanti, alcuni dei quali realizzati con un piccolo trapano.

“Tutti questi cocci romani di ceramica che stiamo trovando sul futuro tracciato delle strade nazionali nazionali (A428 BlackCat Project) sembrano essere stati deliberatamente danneggiati. – dicono gli archeologi del Mola – Ma perché? Una teoria è che i romani spesso creavano buchi all’interno dei vasi di ceramica quando non erano più in uso per permettere agli spiriti di fuggire. Una teoria fragile come la ceramica”.

Le ceramiche forate trovate in questi giorni – e ripetutamente – dagli archeologi inglesi @ Foto: Mola

Osserviamo i cocci, trovati durante gli scavi in corso. Non si tratta di oggetti frantumati dopo la libagione o il pranzo funerario – che spesso si trovano nei pressi delle tombe – ma di ceramiche, non correlate a siti rituali, che presentano forellini. In alcuni casi i fori sono stati realizzati quando il vaso era già stato cotto, come dimostrano i lati della cavità stessa, che presentano microlesioni, sulla superficie, causate dalla trapanazione avvenuta a secco con l’asportazione della patina originale.

A nostro giudizio questi fori furono realizzati per il trasporto e – nei casi di contenitori di maggiori dimensioni – e per l’allevamento di piccoli mammmiferi, come i ghiri, di cui i romani erano ghiotti. I ghiri venivano fatti riprodurre nelle fattorie e venduti al mercato sia come coppie per avviare allevamenti che per consumo di carne, che si dice sia deliziosa. E’ assai probabile che alcuni di essi fossero allevati anche dai bambini, per gioco. E’ probabilmente per questo che si trovano contenitori forati, di foggia o di dimensioni diverse.

I fori naturalmente servivano per aerare il vaso che veniva chiuso, in cima, da un tappo.

Esistevano, in tal senso contenitori adattati – con fori realizzati all’occorrenza – e altri che erano concepiti come perfetti glirari, sin dall’inizio.

Il glirarium conservato al Museo archeologico nazionale di Chiusi. Foto: Marco Daniele
Wikimedia Commons CC BY-SA 3.0

Il glirarium era un vaso in terracotta (dolium), dotato di numerosi fori per consentire l’aerazione dell’ambiente. Contenevano, al proprio interno vari scomparti-ripiani utilizzati per l’allevamento dei ghiri ad uso alimentare. Questi animaletti, nel periodo etrusco e successivamente in quello romano, erano particolarmente apprezzati.
Il ghiro è un roditore appartenente alla famiglia Gliridae ed è l’unica specie del genere Glis. Vive preferibilmente a un’altitudine compresa tra i 600 e i 1500 metri. Può essere confuso, se visto da lontano, con uno scoiattolo, ma può essere riconosciuto per la postura rigida e ritta della coda, a differenza da quella flessuosa e mobile dello scoiattolo.

Un ghiro. In natura un animaletto adulto pesa circa un etto, ma il peso può crescere in maniera notevole in autunno o in allevamento. Foto: Carole Marmonier, Wikimedia Commons

Petronio Arbitro, nel Satyricon, parlando della cena fatta preparare dal ricchissimo liberto Trimalcione, descrive la presenza di ghiri cotti su uno straordinario piatto di portata: “Quanto al vassoio, vi campeggiava un asinello in corinzio con bisaccia, che aveva olive bianche in una tasca, nere nell’altra. Ricoprivano l’asinello due piatti, su cui in margine stava scritto il nome di Trimalcione e il peso dell’argento. E vi avevano saldato ancora dei ponticelli, che sostenevano ghiri cosparsi di miele e papavero. E c’erano dei salsicciotti a sfrigolare su una graticola d’argento, e sotto la graticola susine di Siria con chicchi di melagrana”.

Oggi, In Italia, la caccia e il consumo alimentare del ghiro è illegale, ma del suo consumo storico – anche in tempi piuttosto recenti – restano tracce in varie ricette tradizionali – come il ghiro arrosto alla brianzola-. In alcune zone della Calabria il ghiro viene consumato illegalmente e assume un ruolo simbolico nei rituali della ‘ndrangheta.

Questi animaletti mangiano castagne, ghiande, nocciole, bacche, frutti di bosco, insetti e molluschi. Probabilmente esistevano glirari in cui poteva avvenire la riproduzione delle coppie, altri in cui gli animaletti venivano posti per l’ingrasso. Non muovendosi e trovando il cibo pronto, accumulavano grasso diventando più succulenti. La condizione di semioscurità induceva una fame preletargica e un accrescimento più rapido del peso.

I contenitori con fori potevano essere anche usati per le lumache, per il cosiddetto periodo di purga e di lungo digiuno, prima del consumo.

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Maurizio Bernardelli Curuz
Maurizio Bernardelli Curuz