La neve e Renoir. Fu un rapporto d’amore difficile. Perché? Dal quadro di ghiaccio alla neve sfatta. Pittura, colori e temperature

"Ma poi, ammesso che si possa stare tranquillamente al freddo, dobbiamo dire che il colore della neve si posa come una piaga sulla faccia della Natura" scriveva l'artista a un critico, giustificando la propria lontananza dall'effet neige. Dopo il quadro del parco ghiacciato con i pattinatori, il pittore colse la gioia liberatoria della luce in una giornata di disgelo

Renoir Paesaggio innevato 1875

Stile arte è un quotidiano di cultura, arte e archeologia fondato nel 1995 da Maurizio Bernardelli Curuz

di Maurizio Bernardelli Curuz
Direttore di Stile arte, storico e critico d’arte, è autore di un cospicuo numero di studi e di pubblicazioni. E’ stato direttore di Brescia Musei, tra i 2009 e il 2014. E’ stato curatore nell’ambito delle grandi mostre. E’ iscritto all’Ordine dei giornalisti, elenco professionisti.

Come Monet e molti altri impressionisti, Renoir lavorava spesso en plein air, davanti al soggetto naturale, all’aria aperta, ma a differenza di Monet – che appariva, in inverno, ai suoi vicini o ai passanti, come un uomo siberiano coperto di neve e trapuntato dal ghiaccio – Renoir rifuggiva le temperature fredde, sognava il Sud della Francia dal clima mite e odiava starsene coi piedi al freddo per accordare la propria tavolozza ai colori della neve.

Renoir Paesaggio innevato 1875

Così i paesaggi innevati, nella produzione di Renoir, sono numericamente limitatissimi, ma di grande interesse. L’opera che osserviamo venne dipinta nel 1975, l’anno successivo alla prima mostra impressionista che si tenne nello studio del fotografo Nadar. Ufficialmente lo scandalo artistico era scoppiato.

Monet aveva presentato, nel corso della mostra controcorrente, da Nadar, Impression soleil levant, poche pennellate per evocare una marina all’alba. E ora gli impressionisti si trovavano a incrementare la propria cattiva fama con un’arte di sintesi che non fosse distante da quel pugno visivo inferto al pubblico e alla critica.

Anche Renoir, in seguito all’esplosione della sintesi monetiana, frantuma la forma e le forme, dissolve i solidi moltiplicando il numero delle pennellate, non per creare una pittura del dettaglio, analitica, ma per accrescere il senso di movimento della luce e la vividezza dei colori. E soprattutto accetta la sfida. Passerà qualche ora all’esterno a dipingere sulla neve, anche se sceglie il giorno più caldo e, probabilmente entra ed esce più volte dal proprio rifugio. Non è che sempre gli impressionisti passassero, peraltro, ore ed ore immersi nella natura, che ben sa essere inclemente.

A volte prendevano, del paesaggio, uno scatto fotografico. Impostavano cromaticamente all’aperto. Rientravano, sistemavano. Si ripresentavano all’esterno per stendere gli strati superiori del quadro. Come abbiamo già più volte affermato, i dipinti impressionisti realizzati in una sola seduta sono rarissimi e, soprattutto, al di là delle prime provocazioni, non soddisfacevano gli stessi pittori che li avevano stesi. Per ottenere che gli effetti raggiungessero il massimo della luminosità era necessario attendere almeno una giornata affinché il colore sottostante si assestasse e non facesse annegare, in un indistinto grigiore, la nuova stesura.

La neve e Renoir. Renoir amava la neve ma solo come elemento visivo, ma non ne sopportava il freddo pungente. Era tale la sofferenza del magro, minuto e piccolo Renoir, all’aria fredda, che sin da bambino, la neve dovetti apparigli non come un’occasione di gioco e di gioia, ma come un’esposizione al dolore.

Così anche tutto ciò che poteva emanare la neve, come avvento di un mutamento straordinario del paesaggio, era considerato dall’artista una specie di malattia della terra. Avrebbe confessato al mercante d’arte Ambroise Vollard di non sopportare assolutamente il freddo, nemmeno sotto il profilo della pittura: “Ma poi, ammesso che si possa stare tranquillamente al freddo, dobbiamo dire che il colore della neve si posa come una piaga sulla faccia della Natura” aveva detto. Era attratto dalla neve, soltanto quand’essa si presentava sfatta e molto colorata dal sole e dall’inizio del disfacimento. Un’amore controverso, pertanto. Probabilmente Renoir soffriva già di disturbi reumatici, che sarebbero degenerati, con il tempo, in affezioni ben più gravi.

La vista del bianco azzurrino gli evocava un senso di disagio e di malessere.  Almeno dal 1892 si manifestò, in modo conclamato, l’artrite reumatoide, che gli avrebbe deformato, nella vecchiaia, gli arti, costringendolo a legarsi il pennello alle mani attorte, per poter continuare a dipingere. E il freddo doveva pulsargli sulle dita, ai polsi, alle caviglie, ai ginocchi già dai tempi in cui la neve scese per la prima volta nella sua vita, depositando un biancore gonfio sui rami.

Soprattutto, gli era rimasto, nel ricordo, il freddo impossibile del suo primo, impegnativo quadro di neve, che aveva realizzato nel 1868, con una tecnica ancora lontana dall’impressionismo – molti neri, poca luce, ombre grigie, compatte; inesistente sintesi stenografica – e invece vicina alle scene di vita quotidiana parigina dipinte da Edouard Manet, l’eroe della modernità; non ancora Claude Monet, ma Edouard Manet. Ma di questo, che avvenne prima, parleremo in seguito poiché quel quadro risulta ancora molto distante dal Renoir policromo, con gli intensi colori di porcellana di Limoges, che ben conosciamo.

Renoir Paesaggio innevato 1875

Ci soffermeremo ora sulla scarsa – quantitativamente – neve impressionista di Renoir che, per quanto limitata, ha dato vita a questo quadro cromaticamente straordinario, nel quale l’artista sembra contemperare il fastidio, pure ottico, nei confronti del gelo, attraverso un concerto per con cromatiche altissime e tiepide. Un’operazione di virtuosismo cromatico, molto musicale, diremmo.  Qualcosa pieno di biscrome e via, dividendo i tempi, come i canti dell’usignolo di Haendel. Renoir scioglie i nastri degli Zefiri e degli Austri; ferma i maestrali e ricava vortici di luce che consolano e che alitano sulle zolle, fino a iniziare a disciogliere la neve in piccoli blocchi; sarebbe già insomma ora di bucaneve e del primo odore di terra inzuppata, ma viva. E l’artista rende questo profumo di sole, d’aria pulita, in un sentore lontano di clorofilla e di bulbi.

renoir neve 1

Centinaia e centinaia di pennellate di diversi colori, stese rapidamente con pennelli sottili, come frustate di luci ed ombre colorate, costituiscono la trama pittorica di questo dipinto. Il pittore scalda cromaticamente il quadro con il marrone ruggine-rosso degli alberi secchi e con una serie di nuvole sottili, di un colore compreso tra il rosa e il beige, su un cielo turchino che non è più rappreso nei grigio viola dell’inverno funereo. La lavorazione dell’opera richiede un continuo passaggio dalla tavolozza – dove mescola i colori, in piccole quantità, per ottenere un numero elevatissimo di varianti cromatiche – e la tela, sulla quale poi gioca con pennellate direzionali, spesso avvolte su se stesse come fili preziosi d’oro e di seta, di velluto e d’argento.

renoir 4

Punti, lineee virgole si susseguono freneticamente sui rami e ramoscelli che compongono la chioma dell’albero, fino ad ottenere, nell’insieme, un colore che riluce dorato.

 

renoir 5
Il suolo, in primo piano, mostra la neve in fase di scioglimento, che  ririrandosi, svela il terreno sottostante. I blocchi superstiti non vengono minimamente uniformati come avviene invece, generalmente in Monet, con un passaggio di bianco traslucido, finalizzato a contenere gli effetti della rifrazione in una gamma cromatica realistica. Sono macchie evidenti di gialli zafferano, di bruno rossicci, di blu e d’arancio. E di nero blu, che sono i resti delle frantumazioni dei venti invernali.

 

Sette anni prima del quadro di neve,  così pieno di luce,  Renoir (era il 1868 e lui aveva 26 anni) aveva affrontato, con l’eroismo dei giovani artisti, una sfida pittorico e climatica che l’aveva portato al Bois de Boulogne, nel parco che era stato inaugurato nel 1858, vicino al laghetto del pattinaggio. Era un inverno così freddo che pure la Senna era ghiacciata. Renoir intendeva seguire la strada di Edouard Manet, che aveva interpretato in chiave moderna e provocatoria tanti quadri del passato.

L’idea è che il giovane pittore abbia pensato alla pittura fiamminga e a quella di Brueghel, passata attraverso il flltro di Manet, che, in quegli anni, era considerato tra i massimi innovatori dell’arte.

Renoir Patineurs 1868
Pierre-Auguste Renoir, Les patineurs à Longchamp, 1868, Olio su tela, 72.1 cm × 89.9 cm., Collezione privata.

Manet aveva dato evidenza al presente, al quotidiano; al racconto della vita borghese di Parigi. Un’osservazione considerata ignobile dai grandi teorici della pittura dell’Ottocento. .L’occhio di Renoir è ancora incantato dai dipinti di Manet, al punto che egli si accosta idealmente al maestro. Ciò è rilevabile dalla scelta di una scena di svago collettivo (sotto vediamo il Concerto alle Tuileries di Edouard Manet, che costituisce un punto di riferimento ideale per Renoir, che vuole anch’egli dipingere la vita moderna), all’interno di un parco cittadino, nel quale, pur nelle diverse attività e stagioni, il pubblico sembra disporsi in modo analogo. Manetiano è anche l’uso del nero intenso, e delle ombre grigie.

Un quadro che tende alla monocromia a che si differenzia notevolmente dall’opera successiva, impressionista del maestro di Limoges. L’opera comunica, soprattutto, l’idea di un freddo insopportabile.

renoir manet musica alle Tuileries
Il dipinto di Manet. L’opera rappresenta il pubblico presente a un concerto alle Tuileries. Ma l’orchestra non è visibile. Tutta l’attenzione viene posta ai nobili e ai borghesi che sono presenti all’evento mondano. E’ una rivoluzione tematica

 

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Maurizio Bernardelli Curuz
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