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I Romani usavano narcotici. Semi di una pianta potente trovati in un osso di pecora sigillato con catrame. Cosa provocavano


Da sinistra: L’osso, utilizzato come contenitore, chiuso con mastice di betulla. I semi. Il luogo in cui l’osso è stato trovato. Un fiore di giusquiamo nero

Gli archeologi hanno fatto una scoperta di rilievo, trovando la prima prova tangibile dell’utilizzo intenzionale di una pianta allucinogena e velenosa conosciuta come giusquiamo nero. Questo ritrovamento è avvenuto in un insediamento rurale romano nei moderni Paesi Bassi, aprendo nuove prospettive sulla comprensione delle pratiche mediche e culturali di quest’epoca.

I ricercatori hanno individuato centinaia di semi di giusquiamo nero all’interno di un osso scavato a Houten-Castellum, un insediamento romano nell’attuale Paesi Bassi. Questo ritrovamento è particolarmente significativo poiché gli specialisti hanno potuto determinare che i semi erano stati deliberatamente inseriti nell’osso, che fungeva da contenitore, sigillato con un tappo di catrame di corteccia di betulla. Tale sigillo suggerisce un uso intenzionale dei semi.

Il giusquiamo nero è una pianta altamente tossica con proprietà medicinali e psicoattive, menzionata anche da Plinio il Vecchio nelle sue opere. In passato, le sue applicazioni terapeutiche includevano trattamenti per malattie dentali, mal d’orecchi e punture di insetti. Tuttavia, il ritrovamento di semi conservati in un contenitore indica che potrebbe essere stato utilizzato anche in altri contesti, oltre a quello medico.

L’analisi condotta dagli archeologi ha rivelato che l’insediamento dove è stato fatto il ritrovamento era situato ai margini rurali dell’Impero Romano, suggerendo che l’uso del giusquiamo potrebbe essere stato piuttosto comune in queste aree. Questo solleva interrogativi interessanti sulla distinzione tra piante utilizzate intenzionalmente e quelle che finiscono casualmente negli assemblaggi archeobotanici.

Ulteriori indagini hanno mostrato che il giusquiamo nero potrebbe non essere stato l’unico elemento di interesse nell’antica farmacopea romana. È stato associato ad altre 13 specie vegetali con possibili usi medicinali o simbolici in 83 siti romani nei Paesi Bassi, suggerendo la possibilità che queste piante fossero coltivate piuttosto che cresciute naturalmente.

Queste nuove scoperte, che verranno pubblicate nell’edizione di aprile della rivista accademica Antiquity, forniscono prove convincenti dell’uso deliberato di semi di giusquiamo nero durante il periodo romano. Sottolineano l’importanza di considerare il contesto del ritrovamento e la relazione con altre piante medicinali per una comprensione più approfondita delle pratiche culturali e mediche di quest’epoca affascinante.

Il giusquiamo nero, nome scientifico Hyoscyamus niger, è una pianta erbacea tossica appartenente alla famiglia delle Solanacee, tradizionalmente utilizzata per i suoi effetti farmacologici.

In tempi antichi e nel Medioevo, questa pianta era considerata magica e veniva impiegata come narcotico o per indurre la pioggia.

La pianta ha un’altezza variabile da 40 a 60 cm, con radici lunghe e fusiformi, fusto eretto e peloso, ramificato o semplice. Le parti verdi della pianta sono ricoperte da lunghi peli vischiosi, che emanano un odore sgradevole quando strofinati.

Le foglie, di forma ovato-oblunga e di colore verde-grigiastro opaco, sono profondamente lobate e quelle superiori abbracciano il fusto, mentre le inferiori hanno un picciolo.

I fiori, solitari o raggruppati in pochi, crescono all’ascella delle foglie nella parte superiore della pianta. La fioritura avviene in diverse fasi, con i fiori che si concentrano alla fine sulle estremità dei fusti e dei rami.

Il frutto è una capsula contenente numerosi piccoli semi che si apre superiormente per la dispersione dei semi. Il giusquiamo nero cresce tipicamente in aree rurali, vicino alle abitazioni, ai concimi o ai ruderi, e lungo le strade di campagna. Le parti della pianta usate in passato per la terapia erano foglie e semi, con proprietà sedative, analgesiche e narcotiche.

A causa della sua estrema tossicità, l’uso della pianta per l’automedicazione è estremamente pericoloso, anche con dosaggi farmaceutici rigorosi, a causa della variabilità dei contenuti attivi dovuta alle condizioni di crescita. La sostanza attiva estratta dalla pianta è l’ioscina.

Il giusquiamo nero è menzionato in antichi testi come il Papiro di Ossirinco e appare anche in opere letterarie come “Amleto” di Shakespeare, dove il re viene avvelenato con il giusquiamo versato nell’orecchio mentre dorme, e nel romanzo “Salammbô” di Flaubert, dove i “bevitori di giusquiamo” sono descritti come feroci difensori di Cartagine, ma instabili a causa degli effetti della pianta che li trasformano in belve durante le crisi.