Mantegna e Bellini secondo Ermanno Olmi

Il progetto, generosamente realizzato e studiato in tutti i particolari dal regista, tenne conto non tanto e non solo dei valori emozionali di questi due straordinari dipinti – tasselli  fondamentali della pittura rinascimentale in Italia settentrionale –, ma fu delineato anche secondo  un’attenta valutazione dei dati storici e di quelli compositivi, con particolare attenzione ai valori  prospettici, luministici, cromatici e iconografici, oltre che alle problematiche conservative



[L]a Pinacoteca di Brera dispose, nel 2013, un nuovo scenografico allestimento di due dei suoi  maggiori capolavori: il Cristo morto di Andrea Mantegna e la Pietà di Giovanni Bellini, affidandosi a Ermanno Olmi

 
Il progetto, generosamente realizzato e studiato in tutti i particolari dal regista, tenne conto non tanto e non solo dei valori emozionali di questi due straordinari dipinti – tasselli  fondamentali della pittura rinascimentale in Italia settentrionale –, ma fu delineato anche secondo  un’attenta valutazione dei dati storici e di quelli compositivi, con particolare attenzione ai valori  prospettici, luministici, cromatici e iconografici, oltre che alle problematiche conservative.

 
Il dipinto del Mantegna fu sul fondo di una saletta a lui solo dedicata, anticipato, quasi creando un effetto “sorpresa”, dalla Pietà di Giovanni Bellini. L’allestimento tenne conto delle tradizionali problematiche espositive museali: la presentazione della pittura veneta del Quattrocento in una visione più unitaria e compatta, la contestualizzazione dell’opera di Bellini nell’ambito  della scuola veneta di luce e di colore, la creazione di una sintesi in cui architettura museale e opere esposte  saranno tra loro più coerenti, e infine la possibilità di offrire al visitatore diversi punti di vista di notevole  fascino per la visita museale.

Pur nell’apparente rispetto dei valori espositivi tradizionali, in realtà fu creato, da Ermanno Olmi, un ideale dialogo tra i due dipinti, appartenenti alla categoria del “compianto”, e dunque tra i cognati Giovanni Bellini e Mantegna che, proprio attraverso queste due opere appartenenti alla  Pinacoteca di Brera dall’inizio dell’Ottocento, sembrano alla ricerca di temi comuni.
La tela del Mantegna, caratterizzata da una visione essenziale e da una resa quasi rarefatta del  dolore, viene proposta attraverso il filtro dell’opera di Bellini, cronologicamente anteriore, nella quale  spiccano, accanto a una durezza mantegnesca appena percepibile, valori pittorici, cromatici e sentimentali  in sintonia con i dipinti della Scuola veneta del primo Rinascimento posti intorno ad essa. Al di là della  tavola del Bellini, grazie a un attentissimo studio progettuale basato su prospettiva, altezza e illuminazione,  viene posizionata la tela del Cristo morto di Mantegna, secondo una visione fortemente icastica concentrata  sul tema del dolore.

 
Con un linguaggio scabro ed essenziale il progetto di Ermanno Olmi è stato in grado di valorizzare tutte le potenzialità drammatiche dei due dipinti, dando vita a una nuova visione, che  nel pieno rispetto delle regole espositive, curate in ogni dettaglio, rivoluziona i tradizionali criteri  museali.
Il dipinto di Bellini fu inserito in una vetrina, studiata per garantirne la giusta protezione,  mentre la tela del Mantegna, particolarmente delicata per la sua stessa natura – pittura a tempera su tela  quasi senza preparazione – venne collocata in una nuova teca, dotata di sistemi di controllo microclimatico a distanza.
Il progetto studiato da Olmi sottolinea il significato profondo del Cristo morto, dipinto destinato probabilmente alla devozione personale del pittore, dal momento che risulta registrato nel 1506 fra le opere presenti nel suo studio poco dopo la sua morte, quale unico dipinto non in fase di lavorazione.

 

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