Un misterioso oggetto emerge dagli scavi della via Appia. Gli archeologi: “E’ un lenòs”. Il significato, la storia

La forma arcuata, le dimensioni e lo spessore dell'argilla esponevano il contenitore a possibili rotture durante la fase di cottura. Per questo l'argilla doveva essere depurata e la vasca modellata doveva essere lasciata in luoghi freschi e lievemente ventilati affinchè l'asciugatura avvenisse lentamente e in modo uniforme, in ogni parte. Dopo l'asciugatura della terra, si passava, dopo giorni e giorni, alla cottura che doveva avvenire senza sbalzi di temperatura

Un singolare ritrovamento, in questi giorni in Via Appia 39, a Roma. Vaso, urna, glirario? “In realtà, siamo di fronte a un frammento di sarcofago a lenos – spiegano gli archeologi dell’Università di Ferrara, impegnati nello scavo romano, presso la via Appia – Si tratta di una tipologia di sarcofago a vasca in voga a partire dal I secolo d.C. ed è chiamata in questo modo perché evoca la tinozza (lenòs in greco) usata per la fermentazione dell’uva. La base rialzata con funzione di “cuscino” è dotata di tre fori che probabilmente servivano per evitarne lo scoppio durante la cottura”.

 

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L’interno del sarcofago realizzato in materiale fittile in una fornace @ Appiantica39 / Università di Ferrara

Il frammento del sarcofago trovato in queste ore a Roma è un lenos, ma di terracotta. Il costo di questi contenitori ceramici era naturalmente molto inferiore rispetto a quelli di marmo. Essi probabilmente erano oggetto di produzione seriali.

Questi sarcofagi in ceramica erano probabilmente prodotti in serie – facendo ricorso anche a stampi -, ma non senza qualche complessità realizzativa. La forma arcuata, le dimensioni e lo spessore dell’argilla esponevano il contenitore a possibili rotture durante la fase di cottura. Per questo l’argilla doveva essere depurata e la vasca modellata doveva essere lasciata in luoghi freschi e lievemente ventilati affinchè l’asciugatura avvenisse lentamente e in modo uniforme, in ogni parte. Dopo l’asciugatura della terra, si passava, dopo giorni e giorni, alla cottura che doveva avvenire senza sbalzi di temperatura.

Per quanto riguarda morfologia, i sarcofagi romani presentano diverse tipologie, tra cui quelli noti come “kliné” con le rappresentazioni dei defunti stesi sulla parte superiore, quelli di stile asiatico con edicole e colonne, quelli con una forma parallelepipedo e un coperchio a frontone, e infine quelli denominati “lenòs” (o anche chiamati “tinozze” o “vasche”).

I sarcofagi in marmo richiedevano lavorazioni ben più complesse – come appare evidente – ed erano oggetti di grande valore, soprattutto considerando i costi elevati del materiale stesso e quelli associati al trasporto via mare. La loro realizzazione richiedeva una committenza con disponibilità economica significativa. In genere, i sarcofagi di marmo venivano consegnati come semilavorati, da parte di produttore dell’area greca, con la decorazione ancora incompleta. Gli artigiani locali, a Roma, influenzati dalle tradizioni dei vari luoghi di provenienza dei sarcofagi si occupavano di completare il lavoro basandosi su prototipi originali, cercando di emulare lo stile il più fedelmente possibile.

I sarcofagi prodotti in Italia erano decorati solo su un lato lungo e sui due lati brevi, mentre quelli di origine greca e orientale avevano decorazioni su tutti e quattro i lati. Questa differenza derivava dal fatto che in Grecia e nell’area orientale, i sarcofagi erano collocati al centro della camera sepolcrale o dell’heroon, mentre a Roma venivano disposti lungo le pareti della camera.

I sarcofagi “lenòs” presentavano spesso incisioni a forma di “S” e sculture leonine agli angoli. La forma e la decorazione di questi sarcofagi, che richiamavano la simbologia legata all’immortalità dell’anima nelle credenze dionisiache, erano chiaramente ispirate alla fermentazione dell’uva.

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Maurizio Bernardelli Curuz
Maurizio Bernardelli Curuz